PASSI FELPATI DAL PLEISTOCENE – CAP.1

In queste righe, vorrei riprodurre l’immagine di quello che era un modo di lavorare e di vivere, quando iniziò la mia storia lavorativa; e, nei successivi capitoli, come, passo dopo passo, tutto sia cambiato e stia cambiando  molto velocemente.

Ho esordito, molto giovane, nel mondo della professione di legale nel maggio 1981.

Io non lo sapevo, ma quel contesto, quel panorama, era l’ultimo di una fase umana di lentissimo sviluppo che avrebbe lasciato posto a rapide trasformazioni complesse e sorprendenti.

Questo scritto, articolato in capitoli, ripercorre quel tragitto, fino ai giorni di oggi.

Un buon punto di partenza delle mie riflessioni è la figura di Lisia, oratore ateniese del quinto secolo avanti Cristo, che, per conto di diversi clienti, componeva discorsi difensivi, normalmente di carattere giuridico e fattuale, intesi a rappresentare e difendere gli interessi particolari dei suoi assistititi dinanzi alle autorità giudiziarie della sua Polis.

Insomma, il prototipo di un avvocato, un grandissimo avvocato.

Dove venivano scritti i discorsi di Lisia e dei suoi colleghi ? Come venivano conservati ?

Secondo le fonti più accreditate e condivise,  gli scritti di carattere privato, nel mondo greco-romano antico, erano effettuati, con vari strumenti come lo stilo o altre cannule, penne e pioli, eventualmente inchiostrati, su scorze e foglie d’albero conciate e trattate in vario modo, pelli di animali e tessuti diversi; ma pure su frammenti del vasellame di terracotta (óstraka) sulla cui superficie erano trascritti ad inchiostro o, più raramente graffiti, testi non molto ampi, per lo più di carattere documentario e privato (brevi messaggi, appunti, ricevute), ma qualche volta anche letterario, come il celebre frammento di Saffo della raccolta fiorentina; o anche su tavolette di legno spalmate di cera, usate per contratti, denunce, dichiarazioni, documenti anagrafici.
Solo dopo la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro il Macedone, si diffuse in Grecia l’uso del papiro.

In pratica, nel 1980, la situazione non era così diversa, sul piano tecnologico, da quella di duemila e cinquecento anni fa.

Infatti, a fine anni settanta, inizio anni ottanta del secolo scorso, spesso gli atti notarili erano scritti a mano, con inchiostro su carta; ma anche gli avvocati, sebbene in generale preferissero trasferire i testi su fogli dattiloscritti, talvolta presentavano dinanzi ai giudici dei  manoscritti autografi.

D’altra parte, non di rado, ma anzi di sovente, le sentenze erano redatte con penna e carta, come pure i verbali delle cause.

Per contro, gli accordi contrattuali fra le parti e la corrispondenza stavano progressivamente passando alla dattiloscrittura.

Gli strumenti del manoscritto consistevano nella carta da scrivere e in penne “biro”.

In buona sostanza, in duemila e cinquecento anni, la tecnica scrittoria aveva fatto pochi progressi, per quanto riguarda i documenti privati.